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Detenuto a Uta inala gas e viene dato per morto: "Un equivoco"


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Paese

Dati Generali
Il paese di Uta
Uta è un Comune della provincia di Cagliari. È situato nella zona del Campidano, a 6 m sul livello del mare. Conta 6798 abitanti. Fa parte della XXIII Comunità Montana “Ventitreesima?. Dista 24 km da Cagliari.Secondo alcuni il toponimo avrebbe un´origine latina: uda, cioè zona paludosa. Secondo altri studiosi potrebbe derivare da Utah ovvero Iside, la dea venerata dagli antichi Egizi.
Il territorio di Uta
Altitudine: 2/1086 m
Superficie: 134,46 Kmq
Popolazione: 6692
Maschi: 3366 - Femmine: 3326
Numero di famiglie: 2125
Densità di abitanti: 49,77 per Kmq
Farmacia: via Stazione, 1 - tel. 070 968256
Guardia medica: corso Umberto I - tel. 070 96904
Carabinieri: via Sa Mura, 19 - tel. 070 969002
Polizia Municipale: piazza S'Olivariu - tel. 070 96660205

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Storia

UTA, villaggio della Sardegna nella provincia di Cagliari, compreso nel mandamento di Decimo-manno, sotto la giurisdizione del tribunale di prima cognizione dell’anzinominata città, e nell’antica curatoria di Decimo, che era uno dei dipartimenti dell’antico regno di Cagliari, o Plumini.

La sua posizione geografica è nella latitudine 39° 17' 6” e nella longitudine occidentale dal meridiano di Cagliari 0° 9' 20’’.

Giace in un piano lievemente inclinato verso sirocco sull’angolo che formano nella loro convergenza il principale fiume meridionale (il Botrani?) e quello del Sigerro; ma chi di là e da alto riguardi intorno vede aprirsi alla vista la bellissima prospettiva della regione campestre meridionale, la quale dalla parte settentrionale si estende a quanto va l’occhio ed oltre; a lunghissimo raggio alla parte di greco e levante, indefinitamente alla parte di sirocco, a minori distanze dalle altre, dove da ponente ad austro sorgono le montagne noresi e sulcesi, a ponente-maestro il gruppo delle colline di Silìqua, quindi la mole delle montagne gippiresi, o di Parte Gippis od Hippis.

Da questo si può intendere donde sia la sua ventilazione, come restino impediti i maestrali, che sono i venti più salubri, ed invadano liberamente i siroccali, che debilitano i nervi ed abbattono le forze con una certa spossatezza morbosa.

Il calore estivo è spesso mitigato dall’influenza del vento marino, che sorge verso le nove antimeridiane per cadere in sull’ora vespertina, quando comincia la refluenza dell’aria terrestre, per cui rendonsi fresche le notti.

L’umidità è assai sentita, perchè non poca, essendo generata dalle terre basse ed acquitrinose, dai due fiumi che cingono dappresso il paese ad ogni parte, fuorchè da quella di ponente-maestro; ma principalmente dal grande stagno, la cui sponda più interna è lontana di circa 4 chilometri. Dal quale e dal mare viene sul paese e sul territorio una copia immensa di vapori salini, i quali nelle stagioni calde molto nuociono alla vegetazione, come all’organismo animale, ed affrettano la decomposizione delle sostanze animali e vegetali.

Cotanta umidità si fa spesso sensibile anche alla vista nell’apparenza di nebbia; il che avviene non solo nelle stagioni piovose, ma anche in tempi di ostinata siccità. Quando disgraziatamente siffatte nebbie si assidono sopra i seminati fiorenti, allora il povero agricoltore ha perdute le sue fatiche, e per il guadagno che sperava soffre gran perdita. Lo stagno suole esalare non di rado coteste nebbie perniciosissime.

Tuttavolta è pur benefica la semplice umidità quando mancano le pioggie, perchè genera in sull’ultima ora della notte un’abbondantissima rugiada, onde è riconfortata la vegetazione.

La media de’ giorni piovosi si può computare in questa regione di circa 40. Nell’autunno le pioggie vengono dense e precipitose, allagano, e per la prima volta svolgono dal terreno un odore quasi pestilenziale a narici delicate.

La grandine estiva è una meteora rara, come lo è pure la neve, che appena vela di suo candore il terreno, e subito si risolve.

Si può intendere dalle cose dette quanta sia la salubrità dell’aria ne’ tempi estivi ed autunnali, finchè non è spenta dalle grosse pioggie la fermentazione accesa dal sole ne’ luoghi umidi. Bisogna però dire che l’aria non è mai tanto avvelenata dai miasmi, quanto allora che i venti trasportano su questa terra gli effluvii dello stagno da quei siti, dove le sue sponde sono fangose, e nel riflusso periodico restano scoperte.

L’abitato si prolunga da levante a ponente per poco più d’un chilometro e mezzo. La costruzione e il disegno delle case è come usasi generalmente nel campidano.

Territorio. Amplissimo è il territorio degli utesi e non tutto piano, perchè comprende nella sua vera o pretesa circoscrizione una parte del gruppo delle montagne noresi-sulcitane, ed eguaglierebbe la somma di 340 chilometri quadrati, quanto potrebbe essere sufficiente per il decuplo della popolazione attuale, anche senza supporre una migliore agricoltura.

Il paese è mal situato rispettivamente alla sua circoscrizione, perchè resta prossimamente a’ suoi termini verso greco, mentre il territorio è disteso verso libeccio. Un pedone non arriva a’ suoi limiti col Sulci presso Terra-soli in meno di 12 ore.

Nelle eminenze di questo territorio è anzitutto a notare una catena di sette collinette alla destra del fiume Ciserro a chilometri 5 dall’abitato verso ponente-libeccio. Le diverse punte sono 7, la lunghezza della catena di circa 6 chilometri.

Delle montagne, comprese nel gruppo delle montagne noresi-sulcitane, essendosi dato un cenno nella descrizione fisica della Sardegna (vol. XVIII bis), dove si descrissero tutte, ora noteremo quelle che appartengono a questo territorio.

La principale è detta monte Arcuoso da una figura curva ed arcuata che apparisce agli spettatori che riguardano, segnatamente dal centro del bellissimo orizzonte della capitale.

Dal punto, onde comincia esso a sorgere sul piano della gran valle in direzione verso ponente-libeccio sino al punto, ove inflettesi si misurano quasi otto chilometri, de’ quali dopo i primi quattro la giogaja si deprime e fa sella come dicono i sardi per la rassomiglianza alla forma della loro sella, come dicono serre le schiene dei monti, che sono dentate come nella sega.

Dopo quei suddetti tanti chilometri, la linea della montagna inflettendosi si volge ad ostro-sirocco per più di chil. 3 ed inflettendosi di nuovo ritorna prossimamente al sito del suo principio, procedendo contro greco, per più di chil. 6, e formando un monte lungo e sottile con giogaja quasi per tutto continuata.

Entro lo spazio compreso tra questa catena, levasi una montagna che corre paralella all’anzidetto monte Lungo.

Il monte Arcuoso ha alcune appendici al suo fianco opposto al maestrale, e si notano diverse punte donde il suolo si degrada verso tramontana e maestro-tramontana.

Nell’interno dell’Arcuoso e sua continuazione, sono due valli; una tra l’Arcuoso ed il gran colle di mezzo, l’altra assai più lunga che fiancheggiasi dalla montagna che unisce l’Arcuoso a monte Lungo e da questo; la prima di poco più di due chilometri, l’altra circa sei, con pendenza sul gran piano dove si versano le loro acque.

Maggiore di questa seconda è la valle che fiancheggia dall’altra parte lo stesso Monte Lungo, perchè salendo dal suo sbocco, dopo aver trapassata la detta montagna e percorsi chil. 7, si continua per altri 3 in uno de’ valloni del Monte Nero (Montenieddu de Nora) e si può anche andare in uno di quelli di Monte Mira.

In questa valle sboccano e versano le loro acque quattro altre valli che apronsi nella massa di Corte-Eddàri obbliquamente alla linea della valle e quasi in direzione alla tramontana, formate da tre lunghi colli, e da minori colline.

L’amenità di queste valli è in alcuni siti d’una gran beltà, e sarebbero vere delizie le ville di diporto che ivi si formassero. Nelle ore fresche ricrea l’udito la musica degli usignuoli e di altri uccelli di canto armonico.

Selve. In queste montagne sono alberi cedui di molte specie e ghiandiferi; e sebbene in più parti la selva sia stata diradata dalla scure, ed in altre si sieno aperti col fuoco de’ grandi vacui, nondimeno rimase tanto numero di alberi cedui, e furono conservati tanti ghiandiferi, che si può fornire per i focolari a immenso numero di famiglie, e comodamente vi si possono ancora ingrassare da 5 a 6000 capi della specie porcina.

Nei siti dove gli alberi furono risparmiati, o meno che altrove offesi dalla barbarie de’ pastori, vedonsi fusti di grande altezza in pienissimo sviluppo, che potrebbero servire alla costruzione navale, se il taglio si praticasse con intelligenza.

La specie ghiandifera che predomina è la quercusilex.

Vuolsi che in altro tempo queste selve occupassero due terzi di tutto il territorio, sarebbe a dire chilometri quadrati 226 circa !! ed io non saprei contraddire, intendendo che se ne’ due terzi più lontani dal-l’abitazione non v’erano popolazioni, delle quali veramente non troviamo nessun documento nel primo quarto del secolo XIV, se non v’era nessuna coltura, necessariamente doveva la regione imboschirsi.

Il ristringimento de’ confini di cotesto bosco tanto esteso provenne dal taglio che gli utesi ed i paesani di altri villaggi che non hanno bosco ceduo, perchè non vogliono piantarne e coltivarne, sono andati e vanno giornalmente operando, ed essendo oramai devastato tutto il piano, già si cominciano a devastare le montagne. I barbari sradicano, ma non piantano. Si fossero svelti gli alberi infruttiferi, ma i boscajoli non stanno a far distinzione. Se il guasto ne’ monti è molto minore, che nelle selve della Sardegna settentrionale, ciò dipende da che, essendo rarissime le nevate che coprono i pascoli, non vi è necessità di sfrondare per le vacche e per le capre gli alberi sempre verdi, e manca l’occasione di mutilarli de’ rami e di succiderli, come fanno spesso per far più presto i vaccari e caprari partesusesi, siccome ci occorse più volte di notare.

Il taglio quasi continuo dà per settimana 60 carrate di legna da focolare e cinque di legname da costruzione, che si vende ne’ villaggi campestri trasportandosi fino nella Trecenta, e intendasi a circa 40 chilometri di lontananza.

Aggiungasi la carbonizzazione che si fa continua per provvedere anche i vicini paesi e la stessa capitale, senza tener conto del taglio della legna sottili per fascine da forni e fornaci, che si tolgono dalle macchie, le quali nel piano si sono sostituite alle selve.

Insomma sono in Uta da 35 famiglie, alle quali dà sussistenza il lavoro del taglio.

Selvaggiume. Nelle lande della regione campestre, nelle boscaglie e selve della montagna si trova gran copia di specie selvatiche, daini, cinghiali, volpi, lepri, e si può ancora far caccia di conigli.

In Uta è la caccia una professione che si esercita per un lucro notevole, e sono più di quaranta persone le quali giornalmente sono occupate della uccisione delle bestie e della conduzione delle medesime a Cagliari, il cui mercato, come altrove notammo, è spesso fornito di selvaggina. Spesso fan la caccia per commissione.

Nell’articolo Cagliari parlando della caccia de’ tordi, della quale specie da mezzo autunno a tutto l’inverno è fornito spesso abbondantemente il mercato di Cagliari ed hanno quanta parte vogliono anche le popolazioni del contado campidanese e degli altri vicini, notai che questa caccia facevasi non solamente ne’ monti di levante (Settifradis e Buddui), ma anche in quelli di ponente ed indicai la regione detta volgarmente di s. Geronimo, dove scorre il fiumicello Anciova; e qui devo aggiungere che in diversi siti de’ monti utesi si pratica siffatta caccia, nello stesso modo che la descrissi usata ne’ monti di levante, stendendosi la paratella rasente il suolo da un albero all’altro (il qual modo dicono volgarmente tasoni (forse alterato da stasoni, stazione) e disponendosi pure in alto sopra un certo palchetto, da’ rami di un albero a quelli del prossimo, ciò che i cacciatori dicono cadalettu, per poter irretire e gli sciami che volan bassi e quelli che volan più sublimi, quando in sulla prima luce scendono dal bosco per andare al pascolo della mortella, del corbezzolo, del ginepro, dell’olivastro, o del lentisco, e quando in sulla fine del giorno si rinselvano per riposare. V. detto artic. pag. 60, 61 [vedi vol. 3, pp. 57-58, N.d.R.].

Nella suddetta stagione, in cui i tordi ospitano nell’isola per isvernarvi, fermandosi in quelle regioni, dove abbondano li sunnotati particolari pascoli, vanno alla montagna molti coi loro figli e le figlie, si formano una capannuccia per ripararvisi, e nelle due ore suddette attendono ad accoppare con una mazzetta gli uccelli che si intrigano nella paratella. Fanno la caccia dal lunedì al venerdì, e poi discendono al paese carichi di preda, parte della quale vendono in sul luogo, parte mandano a Cagliari.

Non occorre dire della caccia di altre specie di volatili, pernici, quaglie, beccaccie, colombi selvatici; perchè se tali specie ed altre gentili non mancano nelle altre parti, qui abbondano.

Parimente si dovrà intendere che le grandi specie di grifagni non mancheranno nella regione montuosa, come neppur le minori.

Acque. Nella regione campestre sono, come si po-tea supporre, rare le fonti, e bisogna nel paese bevere da’ pozzi, che non danno acqua di molta bontà.

Ma come si procede verso la montagna, si trovano più frequenti le sorgive e sentesi l’acqua più leggera e pura. Entro i monti poi apronsi le vene a piccoli intervalli, si beve acqua saluberrima, e si potrebbero annoverarne molte assai copiose e qualche cascatella.

Acqua minerale. Io vo spesso notando acque che han mistura di sostanze minerali e posson servire in medicina; ma ho sempre il dispiacere di dover dire che i chimici sardi non si han preso la curiosità di analizzarle e compararne la costituzione con altre acque minerali, delle quali sono conosciute le virtù; e di nuovo qui, indicando una fonte, la cui acqua ha il sapor del ferro ed è sentita più pesante dell’acqua piovana, devo dire che mentre credesi un’acqua ferrata, quale l’accusa il sapore ed il peso, niente si può dire scientificamente, perchè i supposti scienziati di chimica non l’hanno esplorata.

Rivi. I principali sono due ed hanno origine nella regione montagnosa, donde discendono a metter foce nel fiume del Sigerro, correndo uno in direzione al greco per una linea di circa 9, l’altro in direzione al settentrione per circa 12 chilometri, quello con poche, questo con molte inflessioni.

Il primo ha le sue origini al monte Arcuoso nella sua metà orientale dalle pendici opposte al settentrione, riunendosi nel piano da più rivi; il secondo nella valle a levante di monte Mira, donde scorre radendo il piede dell’Arcuoso a ponente, quindi quello della massa del monte Orri a levante, ricevendo alcuni rivoli del suddetto Arcuoso, lambendo poi il piede orientale dell’alto colle piramidale di Siliqua coronato nella sua cima d’un famoso antico castello, progredito oltre il quale riceve in uno tre altri rivi anch’essi provenienti dallo stesso Arcuoso.

Dopo questi indicherò altri due rivi, i quali si formano nel bacino, cui fanno sponda dalla parte settentrionale il monte Arcuoso, dalla meridionale il Montelungo, dalla occidentale la descritta parte inflessa del medesimo, per cui si congiunge al precedente. La prima delle due riviere scorre per li termini settentrionali del Montelungo, e orientali della sua parte inflessa, la seconda nella valle dell’Arcuoso.

Le medesime riunitesi in sul confine a levante del monte che trovasi in mezzo del detto bacino procedendo allora verso la chiesa di s. Lucia si congiungono al fiume che scorre dall’altra parte di Montelungo, e confluendo allora pel piano inclinato di Capoterra, si versano nello stagno di Cagliari nel seno più meridionale del medesimo, presso la Maddalena.

In rari siti si trovano acque stagnanti. La paludetta più notevole è quella che quei paesani dicono Piscina, sebbene non abbia pesci, il cui bacino forse non ha 400 metri di circonferenza.

I due suaccennati fiumi quando han ricevuti molti torrenti per temporali escono dal loro alveo, si spargono intorno nel piano e causano gravissimi danni a’ seminati. Gli straripamenti sarebbero meno frequenti se il governo provvedesse contro la causa principale de’ medesimi, che sono le chiuse che si fanno a diversi punti per le nasse, e son però da’ sardi detti Nassargius. Da gran tempo abbiamo noi indicato gli inconvenienti di queste chiuse, e il governo non ha provveduto, e credo che neppure dopo lo stabilimento degli ordini liberali, in nessun consiglio provinciale siasi mossa e trattata una questione di tanta importanza non solo in rispetto dell’agricoltura, ma anche della pubblica salubrità, e nessun giornale abbia considerato la medesima, che in verità sarebbe stata più proficua, che non possono essere le discussioni di politica straniera.

Diremo qui non so per quale volta, che la Sardegna abbisogna almeno nelle sue principali regioni d’una ispezione ben oculata d’ingegneri idraulici, i quali riconoscano come si possa farsi vantaggio all’agricoltura da tante acque, che scorrono inutili al mare, come si possano evitare le inondazioni, lo sterramento sino alle basse ghiaje di molti campi fertilissimi, e indicare a’ consigli municipali i più lievi lavori, che si potrebbero ordinare per roadia. Egli è secondo ragione, che anche i comuni facciano, essendo una pretesa stolida che il governo faccia tutto, non dovendo veramente esso operare che le cose di interesse generale. Siffatta opinione prova che siamo all’infanzia della civiltà. I bamboli e i minori han bisogno che i genitori o i curatori faccian quasi tutto per essi.

Degli altri rivi che si sfogano in quella di Vallelunga (quella che fiancheggiasi dal Montelungo), e portano le acque dei seni o valloni della massa del Corte-Eddari, basta il cenno dato parlando delle valli.

Dal centro di questa medesima massa nasce il rio dell’Anciova.

Ponti. Essendo solcato il paese da’ due notati fiumi, e dalle indicate due riviere, e nelle piene essendo di certo o probabil pericolo il guazzo, accade che volendosi passare alla parte di levante verso Cagliari, debbasi prendere la via di Decimo varcando il fiume sul ponte che ivi si trova, quando sia ciò permesso; giacchè in tempo d’innondazione il ponte resta isolato per un ramo della gran corrente, che talvolta ha tant’impeto da travolger uomini, cavalli, e i carri anche carichi co’ buoi.

Questo era vero in altri tempi, e potrebbe darsi che la sapienza degli ingegneri stradali abbia rimediato a sì grave incomodo; accade insieme che volendo passare sulle terre a destra del fiume di Sigerro, se non si possa varcare su quel ponte di forma primitiva, formato da due fusti d’albero e da rami e fascine traversate, che la piena scioglie e trasporta, debbasi aspettare che la piena dimagri a tanto che si possa guazzare; la qual interruzione di passaggio è spesso a grande svantaggio dell’agricoltura e del commercio.

Pesca. Ne’ due fiumi si prendono e in gran copia anguille e trote, e in certe stagioni muggini e saboghe, che sono una delizia anche nelle più laute imbandigioni.

Nassai. Si trovano frequenti le chiuse costrutte di travicelli e fascine, che impediscono i pesci da discendere o da ascendere e li trattengono finchè al cacciatore piaccia d’aprire la cateratta, perchè escendo dalla chiusa entrino nella nassa le anguille e le trote, che alcuni prendono pure nelle altre maniere, che altrove abbiamo indicato in uso. Qualche volta si usa una nassa di filo, una rete a sacco aperta in triangolo e attaccata ad una pertica come il giacchio.

Abbiam significato che siffatte chiuse sono causa principale delle inondazioni per l’interrimento che producono, mentre le sabbie e i fanghi che la corrente avrebbe portati via si addossano alle chiuse e fanno che l’alveo si vada empiendo, e che anche una mediocre massa d’acque che correrebbe dentro le sponde del canale, se esso avesse la conveniente profondità, ridondi nell’incapacità dell’alveo.

Le inondazioni non sono il solo mal effetto di queste chiuse, perchè le medesime causano che nella scarsezza delle acque queste ristagnino nell’alveo in gran numero di pantani, dai quali, sotto l’ardor del sole nella fermentazione delle materie animali e vegetali, effluiscono quei gaz velenosi, o miasmi, che generano le febbri periodiche e talvolta quelle che in pochi giorni spegnono la vita, secondo il diverso grado di malignità delle esalazioni morbose.

Pertanto anche per l’oggetto interessantissimo della salubrità del clima dovrebbero queste essere con severissima sanzione interdette.

V’ha qualche utilità dalle medesime? il meschinissimo lucro che può dare questa pesca ai pochi che si occupano di essa. Or che pesa essa in bilancia co’ danni gravissimi dell’agricoltura e della sanità? La comparazione convince gli stessi imbecilli.

Le saboghe più spesso si prendono nel canale del delta, che altrove, e si prendono da’ pescatori, che da’ cii (barche piatte) abbassano nelle acque il giacchio solito.

Queste si vendono sino a ll. 1 25 la libbra, le trote sono pure pagate caramente, e quindi son bocconi di ricchi; le anguille ed i muggini si danno da centes. 30 a 50, e si consumano nel paese, o si vendono ai villaggi vicini.

Popolazione. Nel censimento pubblicato nel 1846 si annoverarono in Uta anime 1359, distribuite in famiglie 330 e in case 325.

Questo totale di anime era poi distinto in uno ed altro sesso secondo le varie età, e si notavano sotto gli anni 5 maschi 92, femmine 83; sotto i 10 mas. 96, fem. 69; sotto i 20 mas. 125, fem. 138; sotto i 30 mas. 95, fem. 100; sotto i 40 mas. 104, fem. 98; sotto i 50 mas. 72, fem. 62; sotto i 60 mas. 82, fem. 56; sotto i 70 mas. 30, fem. 32; sotto gli 80 mas. 9, fem. 9; sotto i 90 mas. 6, fem. 6; sotto i 100 mas. 1.

Nell’anno 1833 v’erano alcuni già secolari e si sa che gli esempi di tanta longevità non furono mai rari.

Distinguevasi poi il totale dei maschi 706 in scapoli 416, ammogliati 268, vedovi 22; il totale delle femmine 653 in nubili 329, maritate 259 (!!), vedove 65.

Il movimento della popolazione si può rappresentare dalle seguenti medie (che si riferiscono ad un altro totale), nascite 52, morti 36, matrimoni 13.

Sarebbe notevolissima la differenza risultante in meno del sesso femminile di più d’1/25, se fossimo sicuri più che possiamo esserlo delle cifre che si domandarono dalla commissione di statistica. È ragion però di dire che la deficienza comparativa del sesso in Uta non è senza esempi, come si vedrà.

In una nota del 1835, 2 luglio, mandata dal paese si notavano, totale d’anime 1181, e matrimoni nel 1833

n.
14, nel 1834 n. 11; nascite nel 1833 n. 41, nel 1834
n.
49; morti nel 1833 n. 49, nel 1834 n. 32.

Quattro anni dopo si notarono nell’almanacco di Cagliari, anime 1178, nascite 56, morti 33, matrimoni

14.

Dirò al lettore che io credo niente giuste tutte queste cifre; perchè siffatte computazioni si eseguirono sempre oscitantemente da’ preti della parrocchia.

Soggiungerò alcune cifre antiche della popolazione di Uta. Nel parlamento del 1678 sotto il viceregato di s. Stefano si numeravano in Uta fuochi 142, quanti erano i vassalli che dovevan contribuire al donativo; sì che restando esclusi i poveri, la cifra suddetta non rappresenta il giusto totale delle famiglie.

Nel parlamento celebrato nel 1688, sotto il Vicerè conte di Monteleone, furono numerati fuochi 162.

Da ultimo nel censimento fatto poi nel 1698 in occasione del parlamento del conte di Montellano si specificarono per Uta fuochi 155, maschi 303, femmine 271, dove si vede altra volta il sesso in numero minore.

Nel carattere fisico e morale gli utesi non dissomigliano in nulla dagli altri campidanesi, religiosi, rispettosi dell’autorità, perchè non hanno ancora l’intelligenza di certa politica; laboriosi, anche un po’ industriosi e tranquilli.

La moda del vestire è pure poco dissimile; camicie a basso collo e maniche gonfie, calze larghe di lino, brache di panno nero, rustico (forese), corte e larghe, e usatti dello stesso; farsetto azzurro-carico con bottoncini d’argento; giachetta o giubbettino del suddetto forese, con rivolte di velluto azzurro, berretto nero e cappello a falde larghe coperto di tela cerata nell’estate, lo lasciano quando indossano, come soglion d’inverno, il cappotto, o la gabanella, che serve nel maggior freddo, perchè il capo rivestesi allora del capuccio. Tutti portano o la pertica o il bastone, quella formata d’un virgulto ben diritto e bianco d’olivastro, questa di cuor d’elce lavorato in otto faccie, ben levigato e lucente; una ed altro di tale altezza, che sul suo capo tenuto ad ambe mani vi possano, senza troppa inclinazione, posare il mento, come fanno, quando son composti a grande attenzione, o sono occupati di qualche considerazione.

Le donne portano ne’ giorni ordinari d’opera il color cremisi nella gonnella del panno suddetto, nei dì festivi lo scarlatto, o l’indiana, camicia di mussola, chiusa sul petto con due bottoni d’oro, busto di persiana in oro, o stoffa di seta, cuffia di seta rossa e fazzoletto bianco ricamato per velo.

Uomini e donne calzano bene i piedi, aman la pulitezza nella persona, nell’abitazione, e mostran maniere di natural cortesia, perchè la simulazione non è ancora nota e non piace.

Gli usi nuziali sono quali li abbiam descritti per gli altri luoghi del Campidano. La ricreazione più cara e comune è la danza alla zampogna. Nei mortori finalmente è già da molti anni cessato l’uso delle nenie (attito) per cantatrici prezzolate. L’attito, che erano i supremi onori cui la parentela rendeva all’estinto, fu considerato non nella vera primitiva sua idea, ma nelle circostanze di abuso, e però interdetto anche con gravi censure. E di qual ottima istituzione non si abusa?

I vedovi e le vedove scandalizzerebbero tutti, se non attestassero in modo particolare il loro lutto, con lo squallore del corpo, la solitudine, l’assenza da tutti i luoghi di gioja, vivendo quasi nascosti.

Le principali professioni sono l’agricoltura e la pastorizia, quindi i tagliatori di bosco, i cacciatori, mentre per i diversi mestieri che sono necessari in una popolazione, ha ciascuno di essi pochi applicati. Cotesti mestieranti in totale possono sommare a 36.

Mentre in altri paesi, massime della Sardegna meridionale, quasi ogni famiglia ha il suo telajo, e intendesi bene della primitiva rozza forma; il loro totale non passa i 50, e aggiungasi che non sempre sono in opera; ma solo quando lo domandi il bisogno della famiglia. Lavorasi in lino e lana. Si fanno lavori, che bisogna ammirare, considerata la inettezza dello stromento; ma si consuma gran tempo. Nessuno consiglia e promove nè questa, nè altre riforme.

Non mancano i notai, e forse son più del bisogno. Pel servigio sanitario basterebbero i soli flebotomi, che bene suppliscono ai medici facendo ciò ch’essi farebbero.

V’ha una farmacia fornita di molti rifiuti di quelle di Cagliari, come queste son fornite di molti rifiuti di quelle del continente.

Possidenti. Son pochi che non abbiano qualche proprietà; se non altro possiedono almeno la casa dove abitano. I piccoli proprietari sono il massimo numero; quei di mediocre fortuna non sono pochi; sono però pochissimi i grandi proprietari, i quali hanno amplissime estensioni in terre colte ed incolte.

I poveri, veramente indigenti, sono forse nella ragione del due per cento.

L’istruzione morale quindi innanzi sarà più larga e fatta con maggiore zelo dal paroco proprio, perchè fino a tutto il 52 la cura delle anime era commessa ad un vicario, e talvolta ad un vice-vicario, o provicario, come soleva essere appellato.

L’istruzione elementare parimente finquì profittò poco, anzi quasi niente per quelle diverse ragioni, che altrove abbiamo accennato, poi spiegato e ripetuto, sperando che si rimedierebbe. I maestri che erano pagati non facevano il loro dovere, e quei che dovevano vigilare dormicchiavano in virtù di certi soporiferi. Dopo 30 e più anni da che fu istituito lo studio elementare dovrebbero ora quasi tutti, che sono tra i 10 e 40 anni (e sarebbero non meno di 270) saper leggere e scrivere, e non pertanto forse non si ha neppure il decimo di quel numero.

I ragazzi che concorrono all’insegnamento non credo sieno il decimo di quello che dovrebbe concorrervi, seppure il municipio non ha provveduto perchè non sia speso inutilmente il pubblico denajo.

L’istruzione femminile è ancora un voto, sebbene sia un bisogno che merita di essere satisfatto.

Agricoltura. Si riconosce e confessa che il territorio nella pianura è atto ad ogni sorta di coltura, che la semenza del frumento cresce sovente al trenta; si computa che in quella larghissima regione campestre sia-vi un’area di ettari 13,765 o di giornate 34,400, e tuttavolta il terreno che si coltiva per i cereali non sopravanza le giornate 1200!!! alle quali se aggiungasi altre 1000 giornate di maggese avremmo la totale superficie della coltivazione campestre di 2200 giornate, il quale ci fa conoscere quanto terreno coltivabile resti incolto, e non tutto per mancanza di braccia, perchè posti coltivatori 300 e gioghi 300 essi potrebbero lavorare quattro mila e più giornate, cioè circa il quadruplo di quello che fanno. Sopra questa considerazione si stimi di quanto il guadagno che essi hanno sia inferiore a quello che potrebbero ottenere.

Una vera ragione dell’inutilità di tante terre, che potrebbero essere utilissime, è la distanza dell’abitato dalle medesime: ma questa ragione sarebbe tolta se un certo numero di famiglie, un centinajo, si distribuisse in due, o tre, o quattro regioni in mezzo alle terre che si vorrebbero rendere produttive. E potrebbesi una colonia stabilire in là del fiume Sigerro, ove comincia la catena indicata di colline, un’altra all’altro capo della stessa collina, un’altra presso la chiesa rurale di s. Lucia. Egli è evidente che la produzione crescerebbe, andrebbe aumentandosi la popolazione, e il deserto incolto sarebbe diminuito.

Perizia agraria. Riducesi tutta alla pratica tradizionale delle operazioni della coltura de’ cereali e delle viti, dove è più materialismo che altro meglio, e non solo per mancanza di buona volontà, ma anche per ignoranza delle regole d’arte essi non si adoprano in altro. Non sono però essi in peggior condizione che gli altri campidanesi, e per l’incremento dell’agricoltura così agli abitanti del dipartimento di Decimo, come a quei del Campidano, del Gippiri, del Sigerro, del Sulci ecc. gioverebbe un’istruzione pratica agraria in un corso completo. Intendesi da tutti il bisogno di questa disciplina, ma non si vede come attuarla, sebbene a mio parere sia ovvio il modo di esecuzione. La società dello stabilimento Vittorio Emanuele che erasi obbligata a formare quattro poderi-modello, e che ha già cominciato ad effettuare questa condizione, potrebbe prestarsi a questo divisamento dopo presi i convenienti concerti col governo, e stipulati i patti accessori relativamente alla pensione che i giovani dovrebbero dare per l’alloggio, il vitto e la cura sanitaria, e per i professori. Io credo che quanto pagasi attualmente per così fatta istruzione (che deve in Cagliari riescire imperfettissima per la pochissima idoneità locale), forse anche meno, se aggiungesse qualche concessione di territorio alla società in su’ confini della montagna di Villacidro, basterebbe alla medesima per satisfare all’officio di formare agricoltori compiti. In quello stabilimento meglio che altrove si vede quanto appartiene alla coltivazione e fra poco si vedrà più pienamente, quando sieno tutti attuati i disegni prestabiliti con tutte le modificazioni e aggiunte che si fecero al piano complessivo. Ho accennato ad altre concessioni, le quali potrebbe fare lo Stato per diminuire la pensione; ma v‘è un’altra ragione considerevole, e dirò perchè al podere-modello non manchino tutte le diverse condizioni territoriali per le culture che si fanno nel piano, nelle pendici, nella montagna, e in tutte le diverse esposizioni, in tutte le diverse qualità di terreno.

Una sola obbiezione potrebbe farsi, ed essa riflette il clima poco salubre dei poderi-modelli del piano Samassi-Villacidro; ma egli è certo che la insalubrità che era nel medesimo innanzi al prosciugamento del bacino di Sabatzu, ora è di molto menomata, che l’aria migliorerà di più dopo tolto lo stagno di s. Gavino, il che forse è fatto, e migliorerà tanto da doversi riconoscere salubre, attesa la posizione di detto stabilimento sulla schiena, che forma l’unione de’ due piani inclinati l’uno all’austro sino allo stagno, l’altro alla parte settentrionale nello stagno di Marcellino e Sasso.

Ma dove pure persistesse quella insalubrità, io crederei che quella situazione insalubre gioverebbe per attemperare i giovani alle regioni malsane, in cui l’agricoltura è più fiorente, e assuefarli alle regole igieniche che si vogliono osservate per non aver male dalla maligna natura dell’aria, e perchè i medesimi possano diffondere nel volgo degli operai, ai quali dovranno dare direzione, anche come fittajuoli, quelle regole sanitarie, come i principii e i veri metodi dell’agricoltura.

Ho notato che tutto il terreno che annualmente si suole arare per la coltivazione dei cereali non eccede le giornate o starelli 1200; ma in alcuni anni questa superficie ampliasi di alcun poco.

Trovo infatti in uno stato della quantità de’ grani necessari pel seminerio del 1831 per la diocesi di Cagliari notati per Uta starelli 1000.

In altra notazione presa nel 1835 leggo seminati starelli di grano 800, d’orzo 200, di fave 40, di legumi 15, di lino 25. Ma come allora parve a me, credo parrà adesso anche agli altri conoscenti del paese essere quelle cifre minori del giusto. Non è che mentiscano quelli che somministrano i dati, ma perchè non si voglion dar la pena di calcolare.

Si è detto della fruttificazione, che soventi in alcune regioni moltiplica la quantità seminata del frumento al trenta, misura che alcune volte si supera; ma per il lino la terra non è molto benigna, perchè rende ben poco. Il clima del luogo, in cui questa specie è coltivata non le è favorevole; per lo contrario sarebbe favorevolissimo al canape, il quale viene in alcuni siti tutto spontaneo.

L’orticoltura ha moltissimi tratti di terreno comodissimi, ed è esercitata con qualche diligenza. La temperatura giova alla precocità de’ prodotti, la virtù del suolo ad uno sviluppo, quale si ammira solamente ne’ luoghi più felici per le diverse specie. I melloni vengono d’una grandezza e bontà rara.

Erasi cominciata con ottimo successo la coltivazione delle patate, essendo anche per questa pianta alimentare ben idonei grandissimi tratti di terreno non solo nella regione montagnosa, ma anche nel piano. Credo che prosegua e si estenda.

La viticultura prende incremento, sebbene probabilmente la vendemmia non dia ancora quanto basta alla consumazione del paese. In altri tempi era negletta e il vigneto assai ristretto non perchè le varie specie non allignassero e producessero copiosamente; ma piuttosto, come pare, perchè i lavori agrari erano occupazione di pochi. Non ha più di 18 anni, che il mosto che raccoglievasi non bastava che a tre o quattro mesi.

I vini comuni riescono generosi e piacevoli al gusto come i migliori della regione orientale di Cagliari. Tra’ vini gentili la malvasia ed il moscato stanno al paragone con i congeneri de’ vigneti più celebri.

Come la viticultura, era negletta la cultura degli alberi fruttiferi, quindi le specie sono poche, poche le varietà e il numero de’ ceppi, non so che ora trascenda li 3000!!! Le specie più comuni sono i mandorli e le ficaje, ma i pochi individui che si osservano in prosperissima vegetazione di moltissime altre specie che si coltivano nel Campidano orientale e gli stessi agrumi accertano che nel territorio di Uta si potrebbero formare immensi verzieri e giardini, e non dubito che la canna a zucchero potrebbe vegetarvi così bene, come si è gia sperimentato nel tenimento di Sabazzo,

o nello stabilimento Vittorio Emanuele che vogliasi dire. Non mi consta se tra le specie di rari individui vi sieno i gelsi; ma non v’è dubbio che questi vi prospererebbero e potrebbero servire alla industria dei filugelli, la quale sarebbe alle famiglie un ramo di produzione più considerevole, che non siano singolarmente quelli, da’ quali gli utesi sogliono aver lucro. Io ho ragione di stupire perchè questa coltura non vi sia almeno iniziata.

Si è cominciato a piantar alcune specie del genere citrus, e vien su ben vigoroso un oliveto di circa 1500 ceppi, il quale dopo due anni maturò de’ frutti, ed ora darà alla casa Serra un reddito di qualche importanza: il che mi fa sperare per la propagazione di questa specie, la quale massime presso alle montagne darebbe ottimi prodotti. È niente più facile della propagazione servendosi di ceppi d’olivastro, che sono sparsi per tutto nelle regioni montane.

Chiusi. Nel 1835 quando io prendea le note statistiche su questo paese le piccole aree chiuse per seminarvi o tenervi a pascolo il bestiame di servigio e manso non si stimava in paragone della totale superficie più che una parte centesima; ma perchè cominciavano quei paesani ad intendere la grande utilità che era nel sistema delle chiudende, e già si disegnava gran numero di chiusure; però si può credere che se dopo un ventennio non si abbiano chiusi 3/5 del territorio, come qualcuno prometteva, siasene chiuso almeno un 1/5, massime dopo la distribuzione, susseguita alla misurazione, di parte degli immensi terreni comunali.

Pastorizia. Uta è stato nei secoli passati un paese, dove la pastorizia era la principale e più comune professione, ed è certo che attualmente l’agricoltura non la bilancia ancora e che prepondera la classe pastorale.

In questa prevalenza del pastorame è la ragione per cui in tanta estensione di territorio fertilissimo si semina così poco, perchè il vigneto è ancora angusto, perchè l’arboricoltura è negletta.

I pascoli naturali sono abbondantissimi e così svariati, come richiedesi dalle varie specie. Con un poco d’arte si potrebbero formare de’ prati artificiali.

Il bestiame di servigio consiste in circa 160 gioghi per l’aratro ed il carro, 40 vacche, 60 cavalli per sella e basto, 120 giumenti per la macinazione del frumento.

Il bestiame rude comprende (?) vacche 2000, cavalle 200, capre 4000, pecore 4500, porci 5000.

Gli utesi lasciano alle vacche tutto il latte, e non le mungono mai perchè i vitelli abbiano abbastanza di nutrizione e si sviluppino bene, come avviene: e da questi tori di belle forme, di gran forza nelle fatiche, che vendono principalmente al campidano, essi ritraggono un considerevole lucro. La specie vaccina sarda in suo vero essere trovasi ne’ pascoli d’Uta e ne’ contermini di Siliqua ecc. Nelle parti settentrionali cominciando dal campidano arborese vedesi già in via di degeneramento, corpi piccoli e snervati. Un giogo di tori utesi trae facilmente un carico, che non possono trarre cinque gioghi oristanesi o partesusesi.

I formaggi sono di mediocre bontà per il metodo non bene inteso della manipolazione. Se ne fa un grande smercio con la capitale. Poca parte della lana serve alle filatrici del paese.

Si sono introdotte le pecore di Spagna, e vi si moltiplicheranno senza degenerare se si continui la debita attenzione. Ma su questo ho i miei dubbi.

Apicultura In un territorio della notata estensione e del mite clima descritto, dove è un immenso pascolo alle api nei fiori che si aprono in ogni stagione, si potrebbero avere innumerevoli alveari, da’ quali si trarrebbe una grandissima massa di cera e di fiori. Ma gli utesi non ci badano, sebbene questa industria non chieda grandi e continue cure, se basta di collocare in sito idoneo i sugheri e a tempi propri ritornarvi per raccogliere i favi.

Commercio. Abbiamo già indicato i diversi prodotti che gli utesi smerciano nella capitale e nei paesi d’intorno, frumento, tori, puledri, capi vivi alle beccherie, formaggi, lane, cuoi, pelli, caccia e pesca, legna e carbone. Mancano gli elementi per dare la cifra media del prezzo complessivo; ma si può tenere come verisimile che forse sorpassa in calcolo medio le L. n. 200,000.

Trovasi Uta in comodissima situazione per l’emissione della massima parte de’ suoi prodotti con la capitale, perchè trasportandoli per la distanza di soli 4 chilom. alla sponda dello stagno può per mezzo delle barche piatte traversando per metri 5,500 le acque del medesimo, e un altro nel mar vivo mandarli sul molo. Nel qual modo sarebbe più di celerità e di risparmio. Vorrebbesi però per la stagione invernale un ponte sul fiume del Sigerro.

Nel 1838, mentre dopo molte esplorazioni e studi illustrava l’itinerario d’Antonino nel periodico, intitolato Biblioteca Sarda, già più volte citato, dichiarava parermi che gli amanuensi avessero errato notando la distanza di Nora a Carali in M. P. XXXII; parendomi così nella anticipata opinione che quella via fosse tracciata su quella duna, o banco di sabbia che separa lo stagno dal mare.

Il conte Della Marmora nel suo vol. II Voyage en Sardaigne consentendo con me, notò lo stesso errore, e nella stessa mia persuasione, diminuì d’una decima quelle tante miglia romane. Ma poi essendo io ritornato su questa particolare considerazione, ed occorsomi alla mente che quella duna o spiaggia, la quale allora doveva essere più sottile e più frequentemente interrotta dal flutto del mare nelle forti siroccate, che non accade in questo tempo, mi persuasi dovea essere tratta su miglior terreno in modo che non si interrompesse il commercio, ed avendo misurato una linea tratta prossimamente alle sponde interne del grande stagno, e trovato poco meno che tante miglia romane quante si leggono notate nell’itinerario, mi accertai del secondo tracciamento e della verità della distanza segnati.

A dimostrazione di questo supponghiamo la distanza da Carali al Decimo di M. P. X, aggiungiamo altri

M. P. II verso ponente oltre i due fiumi, tracciamo poi una linea verso il meriggio sino a Nora e avremo complessivamente i M. P. XXXII.

Ciò essendo, l’attuale territorio di Uta era traversato da quella via romana, sebbene il tracciamento di questa e delle altre io lo stimi di molto anteriore a’ romani; perchè i romani tracciavano delle vie in un intento semplicemente militare, e non tracciarono le sarde, che furono disegnate in un intento commerciale e più avvedutamente, che non facciano oggi.

Io riconosco che anche sulla duna o spiaggia caralitana fu tracciata una via, o scorciatoja da Nora a Carali, e forse nell’epoca romana, ma riformando la prima mia opinione, difendo che questa non è quella notata nell’itinerario di Antonino.

La via da Nora a Carali tracciata nel modo da me indicato avrebbe comune con la via mediterranea da Carali a Sulci il tratto che ho notato dal ponente del Decimo a Carali.

La via attuale da Uta a Cagliari guadando il fiume non è più lunga di chilometri 11.

È notevole che gli utesi, i quali hanno per un lungo tratto i loro limiti sullo stagno non abbiano una sola barca, mentre gli arseminesi ne hanno non poche. Quindi volendo trasportare a Cagliari i loro prodotti devono noleggiare qualche cìo de’ pescatori cagliaritani, o arseminesi.

Religione. La parrocchia di Uta è compresa nella giurisdizione dell’arcivescovo di Cagliari, ed è servita da due preti, il primo de’ quali ebbe finora il titolo di vicario o di provicario, perchè teneva le veci del canonico che ne aveva il titolo e la prebenda.

La chiesa principale di una architettura regolare e bella e di conveniente capacità è sotto l’invocazione della vergine e martire sarda s. Giusta.

Chiese minori. A cinque minuti di distanza dal popolato verso greco-levante in sulla sinistra del Botrani trovasi la chiesa dedicata alla SS. Vergine del titolo di Monferrato. È antica costruzione di architettura ogivale a tre navate divise per un colonnato che sostiene per parte cinque archi, la quale si deve riferire alla fine del secolo XI, se pure non sia una ristaurazione fatta nel tempo, in cui la famiglia della Gherardesca, signora delle vicine castella di Acquafredda (castel di Siliqua), Giojosa-Guardia (Castel di Villamassarja), Sigerro (castel di Domus novas), Salvaterra (castel d’Iglesias) ed altre, era potentissima nelle regioni del Sigerro, del Sulci ed in quella di Decimo, dove è Uta.

La parte esterna di questa chiesa, coperta di pietre quadrate ben lavorate, ed alcune sculture dell’ornato fatte con molta maestria, lodano l’arte dell’architetto e la cura dell’esecuzione. In vicinanza vedonsi le vestigie del monastero, che abbandonato dai religiosi e non riparato, come la chiesa, cominciò a rovinare, e da quel punto quelli che avevan bisogno di materiali solidi li tolsero da quella distruzione.

Questo monastero appartenne in principio ai benedittini di s. Vittore di Marsiglia, i quali nel 1089 ebbero dalla munificenza del re di Cagliari le seguenti chiese coi loro patrimoni: 1.º La chiesa di s. Antioco nell’isola di Sulci; 2.º S. Maria di Palma nel luogo, dove oggi trovasi una frazione del comune novello dello stesso nome; 3.º S. Vincenzo di Sigherri o Sigerro, un po’ a levante di Domus-novas; 4.º S. Eviso (Efisio) di Nura (che male alcuni leggono (Mira) o Nora; 5.º S. Ambrogio di Itta (lo stesso che Utta essendo soliti i sardi di cangiar l’u in i e l’i in u, così marturu per martyri); 6.º S. Maria de Ghippi, o Gìppiri alle colline di Silìqua ecc. ecc.

Essendo partiti i monaci benedittini, fu questo monastero, come avvenne degli altri appartenenti a quella regola, occupato da’ francescani (gli appellati oggidì claustrali), i quali lo cessero poi all’arcivescovo di Cagliari, dal quale ebbero la cappella di s. Barbara sopra un colle non lontano da Capoterra, sito assai più salubre di quello d’Uta.

Una chiesa consimile vedesi a distanza di circa 2 chilometri verso ostro-sirocco denominata dal martire s. Cromazio, la quale perchè poco curata si scopre per la rovina delle tarlate travi che sostengono il tetto. Anche presso al medesimo appariscono le vestigie del monastero, abitato dagli stessi benedittini.

Prossimamente a questa chiesa si discoprono vestigie di abitazioni ed erano esse di un paese nominato Uta-jossu (Uta inferiore), mentre quello che abbiam descritto è l’Uta-susu (Uta superiore); i quali due paesi avevano comune lo stesso nome, perchè uno formossi dall’altro per colonia.

Nella chiesa di s. Cromazio si facevano gli ufficii parrocchiali per gli Uta-jossesi, come in quella di s. Maria per gli Uta-susesi.

Siccome ora tra Uta e la chiesa di s. Maria intercede la distanza sunnotata, però si può congetturare che le abitazioni poco per volta si sieno in tanti secoli allontanate dall’antico suolo.

Ad alcune fondamenta che trovansi sì presso la chiesa di s. Maria, come presso quella di s. Cromazio essendo rimasti di sa turri e sa turrita, pensano alcuni che veramente fossero opere di difesa, alla quale opinione per la sola considerazione del nome io non saprei inclinarmi.

Nella facciata della chiesa di s. Cromazio erano alcune statue ed una fu tolta, rappresentante una donna in vestimento di moda romana, la quale a dispetto del popolo utese, che per tradizione sapeva esser quello il simulacro della madre di s. Cromazio, l’hanno in Cagliari ribattezzata ad essere una Leonora d’Arborea, quale si fa credere per avergli aggiunto una mano con un volume il quale accenna la sua carta de Logu.

Se voleasi adornare la città con una statua, v’era bella e fatta quella di Carlo Felice, la quale si poteva erigere in luogo degno togliendola dall’oscurità in cui giace. Fa stupire che in tanto tempo nessuna voce si è levata per trarnela e collocarla dove fosse d’ornamento alla città e d’argomento della gratitudine de’ cagliaritani a quel Monarca.

Nella campagna di Uta sono ancora a notare alcune altre chiese.

S. Leone, che dista dal paese circa venti minuti

S. Ambrogio, che trovasi a quasi egual distanza; la stessa, pare che si trova indicata nel diploma del sunnominato re di Cagliari.

S. Lucia, a piè del monte quasi all’ostro del paese a circa 9 chilometri in sulla via a Capoterra.

S. Nicolò, lontana circa 2 ore (?) dal paese, di cui appajono ancora le rovine, e s. Maria a quasi egual distanza e parimente distrutta.

Le feste principali sono per la titolare della parrocchia s. Giusta ai 14 maggio; per s. Luigi Gonzaga ai 21 giugno; per la vergine di Monferrato nella prima domenica di agosto.

A questa è gran concorso da’ paesi vicini, massime perchè dopo i vespri si corre il palio, contribuendo a’ premi per i cavalli grandi e per i puledri tutta la popolazione.

Nella ultima domenica di agosto molte famiglie del paese e dei luoghi vicini vanno a piè della montagna alla chiesa già menzionata di s. Lucia, presso la quale si uniscono i rivoli, che formano il fiume di Capoterra, ed essendo quello un luogo di gran frescura ed amenità, massime in quella stagione, e prossima allo sbocco di tre valli, ove per soprapiù si gode di un bellissimo ed amplissimo orizzonte, esse vi si accampano sotto gli alberi, fanno grandi fuochi nella notte, e si dan bel tempo danzando animosamente e facendo conviti. Quel deserto per due giorni consecutivi si popola di gran numero di gente, e diventa un luogo di delizia.

Gli utesi nel 1835 non avevano ancora creduto di dover obbedire alla legge, che prescriveva lo stabilimento delle sepolture fuori del paese ne’ modi nella medesima determinati; forse non credono ancora e continuano ad inumare i cadaveri in una piccola zona di terra intorno alla parrocchia e dentro il paese. Neppure so se persista la distinzione che allora vigeva che i ricchi si seppellissero dentro la chiesa ed i poveri nell’anzidetto campicello!!!

Antichità. Non par credibile e non credo che due soli nuraghi si trovino dentro la circoscrizione estesissima di Uta. Uno dei due notasi nel luogo detto Su cucuru de Giba de Corrogas, l’altro nel sito che dicono Sa guardia de Corti d’estadi, il primo a circa 5 minuti dall’abitato, il secondo a un’ora e mezzo, quasi a piè della montagna; quello è quasi tutto disfatto e i materiali, i grandi massi grezzi, sono sparsi intorno; questo conserva ancora tanto di costruzione che può credersi il quarto dell’altezza. I materiali del rimanente giacciono giù a distanza dalla punta, ove sorgeva il norache ed essi furon precipitati dai pastori, i quali nell’ozio si adoperavano alla distruzione di questi antichi monumenti. A me pare che maggiore ne sia il numero, che altri ve ne fossero nel piano, e che le pietre delle chiese massime delle due suddette si sieno lavorate sui massi di questi antichi edificii.

Popolazioni antiche. Il P. Aleo, dove ricorda le popolazioni che furono spente ne’ diversi territori nota dopo una ed altra Uta, già indicata, questi altri paesi: Germis, Syurgo, Villa di s. Agnese quasi in sulla sponda dello stagno in via a Capoterra e Villa-Pardu verso Arsemini. Probabilmente restano ancora questi nomi nell’uso a indicare i luoghi già abitati, e se si cercasse si troverebbero vestigie di altre antiche abitazioni.

Fu un’epoca (secolo XV e altri successivi) in cui Uta era popolazione estrema, perchè nel dipartimento del Norese non sussisteva nessuna popolazione, e negli immensi territorii del Sulci e del Sigerro non rimaneva che la sola villa della chiesa (Bidda de is clesias).

I barbereschi, che avendo già disertate le terre littorane osavano allora penetrar per molte miglia dentro terra a far cattura di animali e principalmente di uomini, entrarono pure nelle terre degli Utesi, sotto la condotta di qualche rinnegato del paese, e il timore delle repentine invasioni consigliava a mandar degli uomini in certi punti alti, perchè vedendo le turme degl’infedeli avvertissero la popolazione con delle fumate, ed il colle suindicato col nome Sa Guardia de corti de estadi era una di tali specole. Trovasi frequente nel Sulci l’appellazione di Guardia (e ricordi il lettore anche il colle di Giojosa-Guardia), perchè furono molti i punti ne’ quali stavan de’ guardiani per avvertire i pastori che si trovavano in sulla via per cui venissero gli invasori e per armarsi. Era questa una telegrafia di quei tempi, la quale resse ancora in uso la Corsica e la Gallura per i contrabbandi.

Tradizioni

Feste e Tradizioni
Feste e Sagre a Uta
3° domenica di Maggio: Santa Giusta patrona
15 Maggio: Sant'Isidoro;
17 Agosto: Santa Lucia de Monti
8 Settembre: Santa Maria di Monserrato